PERCHÉ FACCIO QUELLO CHE FACCIO

Faccio quello che faccio perché sono una che canta nella nebbia.

Come ho cominciato a fare questo lavoro? Prima di tutto ne facevo un altro, facevo la disegnatrice per l’industria ceramica, tre anni come dipendente, in provincia di Modena, e poi in proprio. Un lavoro creativo, bellissimo, fatto quando i computer ancora non si usavano e si lavorava con pennelli, pennini, aerografo.
Un altro mondo un’altra epoca. Non essendo io una persona che si guarda troppo indietro non mi manca, mi manca solo per una cosa, che però cerco sempre di portare nelle cose che faccio: l’estrema cura che si metteva nel lavoro che si faceva, l’attenzione per il particolare, per la ricerca della soluzione ottimale, senza mai cercare la velocità a scapito della qualità. Perché ho cambiato?
Non ho cambiato io, in realtà, è cambiato lui. Si, mi sono presa delle pause, sono scappata in Sardegna a lavorare, poi a Londra, ma lui, il lavoro, era lì, ad aspettarmi al mio ritorno ed erano parentesi, non volevo mollarlo veramente. Poi tutto è cambiato, erano gli anni novanta, c’è stata un po’ di crisi ma soprattutto si è cominciato ad usare il computer, a fare i decori in modo diverso, prima mantenendo un’attenzione artigianale, poi sempre meno. Ci sono state anche delle difficoltà personali dovute al fatto che il mio principale cliente è morto ma soprattutto era, probabilmente, il momento di cambiare.
Ringrazio sempre per le numerose vite che le ricorrenti crisi ci danno l’opportunità di avere. Sono la spinta a evolversi. Sono momenti in cui bisogna stare all’erta e captare segnali per far nascere idee nuove. E io l’ho fatto, ho cominciato proprio da quello che poteva essere la causa, cioè il computer, mi sono interessata a internet, ho visto che nasceva un nuovo lavoro, quello del fare i siti web, era fine anni novanta.
Nel duemila ho fatto i primi siti, con un programmino che non esiste più, collaborando con un grafico mio ex compagno di scuola, e ho cominciato a studiare, on-line, il codice. Allora erano considerati bravi quelli che conoscevano il codice, cioè l’html, il linguaggio base dei siti, un linguaggio di formattazione del testo, supportato poi dai fogli di stile, e non esistevano scuole, si studiava tutto on-line, spesso in inglese ma c’erano anche un paio di siti belli in italiano con tante risorse gratuite.
Lo dico sempre: mi sono innamorata del codice, mi sembrava una magia. Ci ho messo cinque anni a farlo diventare il mio lavoro a tempo pieno. Anni in cui ho studiato tanto facendo l’autista per un corriere di giorno e facendo siti come secondo lavoro nel tempo libero che restava.
Facevo i siti scrivendo il codice col blocco note di Windows. Allora era abbastanza normale. Ho sempre amato la libertà e odiato i WYSIWYG (what you see is what you get) che dicono che quello che vedi è quello che avrai e poi se devi togliere un semplice spaziettino ci perdi le ore e risolvi in un attimo solo se conosci il codice. Un sistema che ha creato siti pieni di codice inutile, di tag con dentro il nulla, l’web ne è pieno ancora oggi, anzi molto di più.
Il nome della mia ditta, décodo, che nel mio lavoro precedente voleva richiamare i decori dell’industria ceramica, era tutto sommato azzeccato anche per il nuovo lavoro più tecnico, di codice scritto a mano, di decodificazione invece che decorazione e l’ho mantenuto.
Insomma ho cominciato a fare questo lavoro perché mi sono innamorata del fatto che si possa scrivere un tag (che è una frase di codice) e ottenere qualcosa di grafico e comprensibile, una specie di algebra utile ma non complessa come la programmazione (non sono una programmatrice, sono una web designer, e l’html e i css non sono linguaggi di programmazione).
Questo è il motivo per cui dopo tanti anni faccio ancora i siti col blocco notes di Windows. Ad un certo punto mi sono anche chiesta se fosse normale, mi sembrava di essere rimasta l’unica a farlo, vedevo tutti che facevano siti con WordPress, anche web designer bravi o web agency. Mi son chiesta se non fosse il caso di adeguarmi anche io. Nel frattempo avevo anche un blog mio personale con WordPress, dove parlavo di cucina e sarebbe stato un attimo, forse, cambiare, ma avrei perso quella libertà che fare siti senza un programma che fa da tramite ti dà, c’era quella questione dell’innamoramento.
“Se hai sempre fatto una cosa nello stesso modo può essere che quel modo sia sbagliato” dice qualcuno. Ma altri dicono “Coltiva la tua unicità” e io ho scelto la seconda via. Senza neppure capire se sia la più facile o la più difficile. Sicuramente la meno battuta.
Non voglio fare quello che fanno tutti ma quello che sento dentro io. Voglio fare siti che sono esattamente quello che serve che siano, ogni singolo tag scritto per un motivo. Credo nel codice pulito e nelle cose semplici, belle e utili e dopo vent’anni che faccio i siti non ho cambiato idea. Sogno un web dove per le aziende sia semplice e utile raccontarsi e lavoro per questo.
Quindi, se la domanda era perché faccio quello che faccio e da dove è iniziato tutto, la risposta è: perché le cose cominciano così, cantando nella nebbia, in crisi e innamorati.

E tu, perché fai quello che fai? Se ti va di raccontarmelo SCRIVIMI.
(Questa pagina è una parentesi della pagina CHI SONO)

 


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